How Do You Feel Today? · Viaggi

La Vigilia della Fine del Mondo

Avete mai provato ad essere immigrati?
Non sto dicendo turisti. E neppure studenti Erasmus. Perché in queste situazioni si è sempre incanalati in dei percorsi predefiniti – gite, visite guidate, feste – in cui ci si trova con altre persone, a loro volta non del posto e spesso non della stessa provenienza, ma comunque non locali. E fare gruppo, e sentirsi meno soli, è facile.
Quindi: avete mai provato ad essere immigrati?
Quante volte cercando un lavoro vi siete resi conto che siete davvero qualificati MA davanti a voi ce ne saranno vari che sono ugualmente qualificati ma nati & cresciuti nel Paese in cui vi state candidando?
Vi siete mai mangiati le mani perché sapete che con la lingua locale -che no, non è la vostra, ma- ve la cavate più che bene, solo che l’opportunità di dimostrarlo non ve la daranno perché è molto più facile puntare su un nativo piuttosto che su di voi, malaugurato immigrante?

Avete mai provato ad essere immigrati durante una pandemia mondiale?

Io sì.

Era fine febbraio 2020 ed in programma avevo la visita (a cui non riuscivo a credere, e come scopriremo più avanti facevo bene) di quello che pensavo essere l’amore di tutta la vita, ed in seguito quella di un amico per cui avevo avuto una grossa cotta nel periodo più bello, e ciò nel giro di due settimane.

Da me c’era una delle mie migliori amiche, dopo una serie di settimane in cui avevo ricevuto visita da tante delle persone più importanti per me. Si erano iniziate a leggere notizie assurde su questo virus chiamato Corona che sembrava far preoccupare la Cina. Ma chi mai può sentirsi minacciato da un pericolo così lontano?
Eppure prima che partisse i genitori della mia amica le avevano detto: stai attenta ad andare a Bordeaux, c’è in giro il Coronavirus.
Io e lei ridevamo, esagerano, dicevamo. Mentre lei – maestra di scuola elementare – visitava il Sudovest francese, degustando raclette e vino bordeaux (appunto) il virus iniziò a far parlare il nostro paese natale e nel giro di poche ore in Italia fu presa la decisione di chiudere le scuole per una settimana.

Ma che cazzo?

Nei giorni successivi cercavo di capire.
Era forse quella un’ennesima dimostrazione della commedia all’italiana? Un’esagerazione, una febbre, poco più di un’influenza che stava facendo spargere il panico puro nella nazione arrivando nel giro di due settimane a paralizzare prima alcune regioni e -due giorni dopo- l’intero Paese?

Mi trovavo quindi a cavallo tra due realtà.

Mentre l’Italia prendeva provvedimenti sempre più drastici (chiusura di bar e ristoranti dopo le 18, poi gli esercizi commerciali, la Lombardia zona rossa e due giorni dopo l’Italia intera zona protetta), in Francia se nominavo il virus alcuni neanche sapevano di cosa stessi parlando.

Ma poi anche le compagnie aeree hanno iniziato a prendere dei provvedimenti, a bloccare i voli da e per il mio Paese d’origine. Ma perché solo lì? Com’era possibile?

Convocai una riunione in ufficio per spiegare che in Italia ora era vietato uscire di casa, che le strade erano costellate di pattuglie che fermavano le auto per chiedere la ragione degli spostamenti, consentiti solo per motivi di lavoro, di salute o di prima necessità. Ciò che in Italia era già realtà, in Francia sembrava fantascienza.

Ed io ero lì in mezzo, in questo limbo in cui non riuscivo a capire come fosse possibile che tutto ciò stesse accadendo.

Tutti gli aerei venivano cancellati uno dopo l’altro. L’ultimo aereo a fare la tratta Milano-Bordeaux era quello che avrebbe dovuto portare Lui da me, il 12 marzo 2020. Tutto cancellato dal giorno dopo, compreso il suo ritorno. Io non so se riuscirò mai a smettere di sognare, e quindi a credere che questo tipo di coincidenze non possono che essere un segno del destino. Lui aveva detto che sarebbe venuto ugualmente. Alla fine il giorno della partenza non se l’era sentita, non aveva neanche provato.

Se lo avessimo saputo, che da lì a pochi giorni sarei stata messa in disoccupazione e che il giorno in cui Lui avrebbe dovuto rientrare in Italia dopo la sue breve vacanza da me sarei rientrata anche io (con mezzi di fortuna dato che i voli internazionali erano appunto stati annullati), chissà.

Ma del senno di poi son piene le fosse.

Lui non venne, dunque, e la mattina stessa io contattai il tipo che contatto quando voglio fare una cazzata. Ma era giovedì 12 marzo, l’Italia era in lockdown, Macron invece aveva detto che no, non si chiudeva. Si sarebbe smentito dopo 4 giorni esatti, il 16 marzo, dichiarando il lockdown totale a partire dall’indomani. Ma quel giovedì io ero persa e avevo bisogno di restarci. Iniziarono 4 giorni di confusione.

Arrivò il fine settimana ed io chiamai un mio amico: Gabriele è uno di quelli che ho riconosciuto nel giro di uno sguardo e tre parole, uno che ho visto 3 volte ma di cui mi fido ad occhi chiusi perché ha un’anima bella ed io l’ho sentita. Gli chiesi che faceva per il weekend. Io ero già in stato di semi isolamento, facevo casa/lavoro e la sera spegnevo il cervello e la coscienza, non me la sentivo di andare a ballare, di vedere conoscenze superficiali, lui era al lago, trovai un bus che mi portava lì, lo raggiunsi.

Ci siamo fatti compagnia per quei due giorni, con modi di passare il tempo poco adatti ai bravi ragazzi. Eravamo un gruppetto, tutti italiani o spagnoli, loro vivevano tutti in camper e lavoravano lì intorno. C’era anche una festa quella sera poco lontano e pensavamo se andarci o meno, ma i nostri genitori nel frattempo ci chiamavano spesso dall’Italia negli ultimi giorni, per dirci di stare attenti, di evitare i posti troppo affollati, lavarci spesso le mani. E noi, circondati dall’indifferenza francese, alla festa non ci siamo andati. Due del gruppo sono andati a prendere delle pizze (leggi: poco più che piadine col ketchup) e al ritorno ci hanno detto che stava chiudendo tutto. I ristoranti ed i bar avevano già iniziato a fare vendita solo da asporto, i locali, svuotati, restavano a luci spente. Intanto era venuto buio e scendevano due gocce di pioggia. Alcuni nei loro camper non avevano l’elettricità, faceva anche un po’ freddo. Abbiamo mangiato tutti insieme nel camper del mio amico in cui alloggiavo anche io, abbiamo riso e parlato, eravamo su un altro pianeta, uno che conoscevamo abbastanza bene, ma c’era un clima stranissimo, qualcosa stava per succedere, e dalla nostra Terra d’origine avevamo già visto cos’era. A mezzanotte di sabato sera dormivamo.

Il giorno dopo era bel tempo e avevamo a disposizione quello che ci pareva. Da bere, da mangiare, da volare, da spegnerci. Le ore passarono allegre ma nel frattempo il clima da fine del mondo si faceva sempre più concreto. Verso l’imbrunire un cumulo di nuvole grigie si raggruppava nelle vicinanze, le notizie ci avevano fatto arrivare la voce che Macron aveva fissato un nuovo intervento per il giorno dopo, lunedì 16 marzo appunto, e non poteva che voler dire che la pandemia era arrivata anche lì, che si stava per chiudere tutto.

E man mano che la domenica sera arrivava noi ci rifiutavamo di abbandonare l’allegria e la presa bene del weekend, ma il buio aveva portato una pioggia scrosciante, il giorno dopo si tornava a lavorare, e tutto, tutto, aveva nel frattempo chiuso. Salimmo in camper e ci spostammo di 30 km, vicino a dove i ragazzi lavoravano e dove c’era una stazione da cui potevo prendere un treno per tornare a casa. Trovammo per miracolo una boulangerie aperta dove prendemmo qualche panino, eravamo contenti, in qualche modo io ero un’intrusa nel gruppo (io e Gabri ed una coppia di suoi amici) ma mi sentivo a mio agio, eravamo tutti uniti.

Era la vigilia della fine del mondo e anche se non lo dicevamo, lo sapevamo bene.

Dopo cena presi il treno, diluviava. Arrivai a Bordeaux che erano da poco passate le 21, eppure i trasporti pubblici erano già stati tutti bloccati. Nelle poco più di 24 ore che ero stata via, la città aveva ricevuto l’allarme: arriva il Coronavirus.

I bus avevano tirato il nastro rosso e bianco tra i primi posti per proteggere il conducente, sulle porte davanti campeggiavano cartelli improvvisati: SALIRE DALLE PORTE DIETRO
NON AVVICINARSI AL GUIDATORE

Presi un taxi chiedendomi se avesse paura di me. Ero italiana, l’accento si sente forte, e sicuramente in quel momento eravamo visti come possibili untori.

Lunedì mattina al lavoro misero in disoccupazione il mio reparto: comunque erano giorni che il mercato era crollato. Esitai sul da farsi – prendermi la responsabilità delle mie scelte, in questo caso quella di vivere da sola, all’estero, e subirmi un isolamento solitario nel mio appartamento di 25m2 – oppure tentare la carta del rimpatrio (la cosa andava per le lunghe, era chiaro anche se forse non ai miei colleghi francesi). Alla fine, per il rotto della cuffia, decisi di scappare per proteggermi da me stessa. Presi uno degli ultimi voli nazionali che avrebbero attraversato i cieli europei, prima del blocco delle settimane successive, e poi una serie di treni che dopo ore di attesa mi portarono in salvo. Attraversavo l’Apocalisse.

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