How Do You Feel Today? · Viaggi

Rue Notre Dame

Questa storia l’ho scritta qualche mese fa. Da allora, una vita è stata archiviata, ed una nuova sta prendendo forma ora. 

Rue Notre Dame, cuore pulsante del quartiere Chartrons di Bordeaux, è un piccolo ma pittoresco vicolo che portava direttamente da “casa” mia al centro storico di Bordeaux. Ci vieni a fare un giro?

La libertà può essere un’arma a doppio taglio, quando non hai le idee molto chiare sul cosa farne. 
Io oggi ho guardato la mia libertà dallo schermo del mio telefono, sotto forma di cattive notizie e brutte reazioni, all’inizio, e distrazioni a puntate in seguito. 

Ho rimandato troppo a lungo senza nemmeno sapere cosa stavo evitando di fare…. 

Quando era buio dentro e fuori mi sono spinta a uscire in cerca di aria. Ho imboccato Rue Notre Dame, giusto a due passi da qui, ed ho iniziato a passeggiare lentamente, guardandomi intorno, internet spento. Le guglie della cattedrale spuntano dietro le case, illuminate ed in lontananza. Il quartiere in cui vivo, Chartrons, mi ha conquistata con il tempo.

Nessun altro camminava lentamente. Aveva da poco smesso di piovere, le grondaie ancora gocciolavano. Era l’orario in cui si esce dal lavoro e si inizia quel che resta da vivere per la giornata. Un uomo con una bottiglia di vino sotto il braccio, probabilmente invitato a cena. Una donna in bicicletta e una 24 ore nel cestino davanti, l’ombrello chiuso montato su un’impalcatura sul manubrio. Geniale. Una ragazza in impermeabile giallo sta aspettando qualcuno, è a disagio, guarda il telefono, invia un messaggio vocale per ingannare l’attesa. Ma l’attesa è furba, e non si fa fregare. Incrocio una coppia di giovani. Mi passano accanto, penso che forse dovrei salutarli. Sembro già strana ora solo perché cammino lentamente e guardo tutto… Meglio non salutarli. Meglio anche non farmi notare mentre guardo tutto, ormai non si ha più il permesso, si può guardare ma di sfuggita e per osservare ci si nasconde. 

Raggiungo un bar con qualche tavolo all’aperto, sotto un improvvisato telone trasparente. C’è un vociare allegro, le sedie sono tutte piene. 
Più avanti un negozio di alimentari italiano. Sulla vetrina c’è scritto “Burrata” , “Prosciutto San Daniele”, ha anche un paio di tavoli apparecchiati dentro ed alcuni posti ad un piccolo bancone alto contro la vetrina. Sulla soglia un bell’uomo sui 50 anni, capelli fino alle spalle, che avevo già visto fuori dal locale che immagino suo, sta parlando con un altro uomo: cerco di aguzzare le orecchie per captare un accento italiano, forse se fosse un compatriota lo potrei salutare senza sembrare strana. Niente accento, passo oltre. Mi sento sola.

Un parrucchiere. Non sono ancora le 20 ma non so perché ho l’impressione che sia tardissimo, quindi mi stupisco di vedere una signora seduta sulla sedia girevole e un ragazzo intento a farle la piega. La signora non tinge i capelli, infatti ne ha alcuni bianchi, ma non molti, gli altri sono castano chiaro quindi il contrasto non è troppo forte. Non penso sia molto vecchia, ma il suo viso è più segnato rispetto all’età che le avrei attribuito. Forse anche lei, come me, ha vissuto diverse vite.

Un ristorante cattura la mia attenzione, si tratta di Paul’s Place. Una luminosa insegna mi fa sapere che il posto è aperto, c’è anche una faccina sorridente, mi infonde fiducia. Dentro le luci sono soffuse, i tavoli apparecchiati con attenzione ma non troppa eleganza, ma sono soprattutto le pareti a colpirmi: incredibilmente cariche, colorate, piene di quadri, libri, scaffali. Fa tanto “casa”. Leggo il menu esposto fuori, lo segno mentalmente nell’elenco di posti in cui vorrò andare.

Uno dei miei vizi più sani è quello di guardare nelle case degli altri. La sera, quando le luci sono accese, mi faccio beccare col naso all’insù a spiare nelle finestre. Vedo le luci, le persone, i soffitti con le travi a vista. Vedo un gruppo di amici intorno a un tavolo e mi immagino le loro vite. Poi penso alle mie di vite, a quella volta che stavo con un ragazzo 13 anni più grande di me ed ero spesso invitata in case bellissime con le loro regole e le loro routine. Penso a quella che mi aspetta, alla casa che sarà mia. Ma…?

Raggiungo la cattedrale di Chartrons e la trovo con i battenti spalancati. Mi rendo conto che non ci sono neanche mai entrata, nonostante abbia passato mesi in questo quartiere. Mi stupisco di me, perché sono molti anni che mi alleno a cercare di notare l’evidente, quello che tutti danno per scontato. Per esempio, guardare in alto. Ci metto la mano sul fuoco, quanti di voi non lo fanno mai? Fate questa prova, alzate gli occhi e guardate in alto in una via in cui passate spesso, magari quella per andare a lavoro: ci troverete delle terrazze mai viste, tetti particolari, e quei lampioni?

Una volta alle medie mi avevano dato questo tema in cui mi chiedevano se ero ancora capace di stupirmi o ormai le cose del quotidiano mi sembravano normali. Credo sinceramente che quell’assegnazione abbia cambiato per sempre il mio modo di guardare le cose quindi grazie, professoressa.

Mi viene l’istinto di telefonare a qualcuno, mia mamma o mio fratello, o almeno mandare un messaggio vocale: ma quanto è diventato difficile ormai restare concentrati su una sola cosa, o su nessuna, continuare a camminare senza per forza dover fare altro?

Quando la Rue Notre Dame finisce ci sono un altro paio di stradine prima di arrivare alla piazza di Quinconces. In una di queste vedo una vecchia Twingo piena di scatoloni. Ed ecco un’altra delle mie (sette?nove?venti?) vite ripiombarmi davanti agli occhi. Quella Twingo nera, la mia prima macchina, la prima volta che l’ho guidata a Milano è stato per andare a casa di quello che sarebbe diventato l’amore della mia vita per gli anni successivi, ed è stato lui a mettere fine a quel sogno, e alla macchina pure, schiantandosi contro un muro ed andandosene da casa “mia” – in seguito “nostra” – per vivere con “un’altra”. Ho lasciato per sempre l’Italia in seguito a ciò.

Arrivo infine a Quinconces. Un grande luna park occupa ora tutta la piazza. Siamo in tardo ottobre, inizio novembre, fa freddo, piove. Le urla che provengono dalle varie attrazioni sono confezionate, l’effetto è strano. Il ragazzo della security non controlla il mio zaino e non nota il mio saluto gentile (ma tu le noti le categorie di lavoratori invisibili come lui?), mi fa solo segno di passare. All’interno luci coloratissime, giostre, camioncini con le più svariate prelibatezze. Il posto è quasi vuoto.

Raggiungo la grande fontana in mezzo. C’è un ragazzo seduto che fuma una sigaretta, forse un lavoratore in pausa. Non lo voglio disturbare, mi metto dall’altro lato.

Mi siedo per vedere quella giostra che fa il giro della morte e contemporaneamente fa girare su se stesse le cabine. Da voltastomaco, eppure in fondo mi spiace di non averlo mai provato, ricordo l’adrenalina fortissima ma anche la paura incontenibile durante la salita.

Dall’altra parte invece c’è la ruota panoramica, lenta, ogni tanto si blocca. Sembra vuota ma continua a girare lo stesso, ed il panorama resta lì senza nessuno che lo guardi.

Inizio a sentire freddo. È ora di rientrare.

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