“Mamma dov’è lo zio Olivier?” chiese Etienne per la quattordicesima volta.
“Tesoro, lo zio è di sopra a mettere a letto Stefania” rispose pazientemente Alice.
“E perché Stefania va già a dormire? Non è ancora mezzanotte e dobbiamo farle gli auguri!” insistette il bambino.
“Ma Stefania è piccola, mon Titoune d’amour” intervenne nonna Camille strofinando il naso sulla testa di capelli biondi liscissimi del nipote. “È tanto stanca e adesso deve riposare.”
Proprio in quel momento Olivier scendeva le scale.
“ZIIIIOOOOOOOOOOO!” urlò Etienne correndogli incontro.
“Ssshhhttt!” lo zittì Matteo, suo padre. “Ma cosa ti ha appena detto la nonna? Stefania è a letto e ora non bisogna più urlare, altrimenti non riesce a riposare”.
Etienne mise un finto broncio, poi si fiondò accanto all’altro cuginetto, Marco, che stava giocando sul tappeto e si unì a lui.
In quel momento si aprì la porta ed entrò Graziella con i bambini, Asia e Paolo. Olivier ed Alice andarono a salutare la sorella, mentre i piccoli raggiungevano gli altri due sul tappeto ed iniziavano a confabulare. Alice gettò un’occhiata: Etienne fece la linguaccia ad Asia, lei lo ignorò in modo plateale e corse ad abbracciare Marco. Etienne si rassegnò subito, e diede il trattore con cui stava giocando al cugino Paolo, il quale iniziò a percorrere tutto il perimetro del soggiorno.
“Sei arrivata in tempo per il panettone con la crema!” esclamò Alice rivolta a Graziella.
“Ancora panettone? Ma non si era detto che dopo Natale si cambiava dolce?” chiese la sorella minore fingendosi disperata.
“Sì, ma per Natale ne avevamo comprati due a famiglia e ne sono avanzati tantissimi!” rise Olivier.
Si sedettero tutti sul divano. La televisione degli anziani genitori era accesa ma era sul muto. I nonni non erano soliti lasciare che le trasmissioni si susseguissero in sottofondo l’una dopo l’altra, e spesso preferivano mettere un disco o ascoltare un podcast. Però quella era un’occasione speciale. I figli abitavano un po’ in Francia e un po’ in Italia. Nonna Camille ed il marito si erano trasferiti in Toscana da molti anni ormai, insieme ai genitori di lui, però Alice dopo la laurea aveva deciso di tornare a lavorare in Francia ed Olivier faceva il consulente per una società francese e si alternava tra i due Paesi. Solo Graziella, che a differenza degli altri due era nata in Italia quando ormai la madre credeva di non poter più avere figli, non aveva mai mostrato grande interesse per il paese transalpino. Ci aveva passato un anno di Erasmus, dopo al quale era tornata in Toscana, aveva acquistato un casale da cui ora gestiva una piccola società agricola in cui produceva, tra le altre cose, del discreto vino.
Non era quindi facile che i ragazzi si trovassero tutti nello stesso posto, ancor meno riuscire a convincerli a passare una ricorrenza insieme. Ma negli ultimi anni facevano fatica a incontrarsi per Natale, poiché si dovevano visitare anche tutti gli altri parenti, i genitori dei coniugi e quant’altro, perciò avevano trovato questo piccolo accordo: ognuno rinunciava alle feste mondane del Capodanno e si trovavano in famiglia, dai nonni.
“Mamma quanto manca a mezzanotte?” chiese Asia a Graziella.
“Manca ancora un’ora” rispose la ragazza.
“Mais on va commencer à faire la fête dans quelques minutes, parce que… vous savez ce qui arrive dans quelques minutes, les enfants?” domandò Camille rivolta ai nipoti.
“Il concerto!” esclamò Etienne.
“Il concerto!” ripeté Marco, cercando di farsi vedere a sua volta preparato.
“Mamma, parla in italiano così capiscono tutti” Alice redarguì Camille. Infatti Teresa, la moglie di Olivier, non parlava francese. Ma Camille ci teneva moltissimo che i nipoti restassero bilingui, e quindi di tanto in tanto si rivolgeva a loro nella propria lingua madre.
Il capo casa osservava contento la sua famiglia. Aveva 76 anni, e non era stato facile arrivare fino a lì. Da figlio di italiani nato in Francia aveva sempre sentito la sua identità come se fosse spezzata a metà. Quando era piccolo l’Italia era un Paese in rovina: negli anni Venti e Trenta era guidato dall’estrema destra, sembrava che, dopo neanche cento anni, tutti si fossero dimenticati il fascismo. Lui non avrebbe mai potuto andare ad abitare lì prima della Rivoluzione del 2032, chiamata anche La Bella Nova. Ma da quell’anno in poi l’Italia era rifiorita: salari dignitosi, sanità pubblica accessibile, città piene di parchi e biblioteche. Le italiane avevano riscritto la Costituzione mettendo l’uguaglianza al centro, stavolta per davvero. Era stato a quel punto che le sue radici avevano iniziato a farsi sentire: non aveva più potuto ignorarle. Aveva deciso di tornare in Italia, un Paese che aveva visto quasi solo per le vacanze ma che amava profondamente: solo lì si sentiva al suo posto. Aveva convinto anche i suoi genitori, ormai in pensione, a riavvicinarsi alla famiglia di origine che per troppi anni era loro mancata. E aveva riacquistato quella casa, la vecchia casa della sua bisnonna in cui sua madre era cresciuta, l’aveva ristrutturata e l’aveva fatta sua.
Sull’albero di Natale troneggiavano decine di decorazioni natalizie di ogni tipo: alcune fatte all’uncinetto da sua mamma, altre comprate in giro per il mondo dai suoi figli. Graziella aveva insistito affinché lui permettesse a Paolo e Asia di fare il presepe in casa sua, ma non avendo le statuine avevano usato dei giocattoli, e nella culla al posto di Gesù bambino c’era un mandarino sorvegliato da un triceratopo. Per sua moglie Camille non era stato facile venire in Italia, ma lei lo amava e aveva voluto renderlo felice. In Italia aveva trovato un mondo più umile, fatto di persone vere, e si era sentita accolta. Con i figli era stata la guerra. Alice aveva dieci anni quando si erano trasferiti. Fino ai 18 ce l’aveva avuta con lui per averla strappata dalla sua Bordeaux, e a 19 ci era tornata. Ci era voluto tempo affinché lei lo perdonasse, ma alla fine si erano riappacificati. Olivier aveva viaggiato per il mondo senza mai riuscire a trovare un posto in cui fermarsi. Ogni nuova meta sembrava perfetta finché dopo un paio d’anni lui non iniziava a soffocare e doveva rifare i bagagli e ricominciare da capo. Suo padre temeva che questa instabilità gli fosse data dal trasferimento e poi dalla partenza della sorella e dalla nascita inaspettata di Graziella che gli aveva tolto tutte le attenzioni. Ma poi aveva trovato questo lavoro, grazie al quale poteva avere una base a cui tornare, ma anche continuare a muoversi, e ora sembrava finalmente contento. Solo Graziella sembrava nata per quella terra: fin da piccola aveva chiesto ai genitori di poter andare a fare la vendemmia con i genitori dei compagni di scuola, e a Natale chiedeva sempre e solo alberi da frutto o animali da fattoria. Non era facile per il nonno e Camille essere lontani dai propri figli, dalla famiglia di lei, dalle amicizie della loro gioventù. Il mondo è un posto così grande che è impossibile non lasciarsi indietro qualche pezzo, e lui ne aveva lasciati a Bordeaux, oh sì. Solo chi ha viaggiato, vissuto all’estero, provato a costruirsi una vita in un Paese che non è il suo può capire quanto difficile possa essere sentirsi estranei in una nazione: il proprio nome pronunciato male, il sospetto per un accento straniero appena percettibile… Chi viaggia finisce col diventare la propria Casa. E lui aveva deciso di piantarsi saldamente proprio lì, a Pisa.
Però ora era felice. Guardò i nipoti. Etienne stava di nuovo cercando di guadagnarsi l’attenzione di Asia, Alice e Graziella chiacchieravano tenendosi la mano come per voler recuperare quel legame che per tanti anni non avevano avuto, Olivier baciava Teresa che era appena stata di sopra a controllare che Stefania stesse dormendo tranquilla…
Tutto andava bene, e inoltre…
“Ecco, inizia, inizia!”. Alice lo risvegliò dal suo pensiero. Guardò la televisione, guardò l’orologio. Il concerto stava iniziando.
“Dov’è il telecomando?” chiese nonno Damiano.
“Tiens mon chat” rispose sua moglie, allungandogli il dispositivo.
L’uomo tolse il muto e la musica iniziò a diffondersi in soggiorno. Le note di “An der schönen blauen Donau” si intrecciavano, scivolando tra i leggeri arpeggi degli archi, mentre il valzer prendeva forma.
“Astro Amici! Astro Amici!” iniziò a piagnucolare Paolo rivolgendosi alla TV.
“Paulie no, non possiamo mettere i cartoni adesso” gli disse dolcemente sua madre. “Lo sai che a Capodanno nonno Damiano vuole vedere l’orchestra di Vienna”.
Etienne si rivolse all’anziano: “Nonno perché a te piace questa musica? È vecchissima ancora più vecchia di te!” Disse con leggerezza.
“Etienne!” lo sgridò Matteo, ma Damiano rideva di gusto.
“Hai ragione, Titi, è molto più vecchia di me questa musica” rispose mentre il nipote gli si appollaiava sulle ginocchia. “Ma ti svelo un segreto: questa musica piace a tutti quelli della famiglia Dei Martinez. Quando avevo la tua età la mia mamma metteva sempre questo concerto alla tele e, anche se gli altri bambini si lamentavano, a me piaceva già moltissimo!”.
“Quindi non è una cosa da vecchi?” chiese Etienne nell’orecchio al nonno, per non farsi sgridare dai genitori.
“Penso che sia una cosa antica, molto antica Titi” rispose il nonno dopo averci pensato su. “È come quando ho capito di dover tornare in Italia. Questa parte di me esiste da oltre cento anni, fin dalla nonna della tua bisnonna Claudia, e forse durerà ancora cento anni, o forse più, chi lo sa?”. Etienne guardava suo cugino Marco: mentre gli altri cuginetti giocavano o tormentavano i genitori, lui era rapito dalla musica alla tele. Si sentì qualcuno piangere al piano di sopra, Olivier andò a prendere Stefania, la cullò dolcemente e anche lei si voltò verso la televisione, iniziò a ridere e ad agitare le manine, come a voler afferrare i piccoli musicisti. Etienne si rivolse di nuovo al nonno: “Quindi è come una magia che vale solo per questa famiglia?” chiese curioso.
“Credo proprio di sì” rispose nonno Damiano, e un pensiero andò alle sue mamme, e a quante altre cose di loro aveva ancora addosso. “È come una magia che lega la nostra famiglia”. E con l’arrivo un passaggio più allegro e vivace, e con il taglio dell’ennesimo panettone di quelle feste, i Dei Martinez brindarono all’inizio di un nuovo anno, ancora insieme, anche se lontani.
Buon 2026, Amica mia.