Pensieri

Guardarti dormire

Aveva bevuto G. quando con gli occhi lucidi e la voce spezzata aveva tolto le foto dal frigo. “Mi merito più di questo” diceva ma in fondo chissà se ci credeva.
Non avevo bevuto io quando suonando Yellow dei Coldplay avevo iniziato a piangere e continuato fino al giorno dopo, sempre suonando la stessa canzone. Mi ricordava di momenti stupendi che per fortuna ero stata in grado di apprezzare prima che fosse troppo tardi ma che, ugualmente, non sarebbero tornati mai più.
E aveva bevuto Ilham quando quella notte appena ho risposto al telefono lui mi aveva detto “Mi voglio ammazzare”.

Non riuscivo a smettere di chiedermi se fossimo tutti immersi nella sofferenza in modo irrevocabile. A volte in quei giorni speravo che i miei pianti disperati ma senza oscurità fossero purificazione per un nuovo, finalmente, inizio.

Avevi dunque bevuto anche tu quando quella notte al telefono mi avevi detto “Mi voglio ammazzare”.
Mi avevi chiesto cos’è l’amore per me, se non rendere libera l’altra persona. Attraverso sette fusi orari eravamo rimasti a parlare fino a notte fonda mentre tu stringevi i denti e serravi la mascella “Lo voglio ammazzare” diceva l’altro lato della tua anima e nel tuo sguardo affogato di buio vedevo qualcuno di cui non sentivo la mancanza. “Non mi importa di diventare un assassino” qualche fantasma delirante ti aveva fatto dire. Forse quella notte avevi dimenticato di accendere la luce del bagno, come facevi quando andavamo a dormire insieme. “Agli spiriti piacciono i posti bui e chiusi” mi informavi semplicemente mentre aprivi un po’ la porta.

Due ore più tardi ridevi con tutta la faccia mentre mi inquadravo la lingua e ti parlavo di nostalgie lontane. “Andrò lo stesso a picchiarlo domani” mi hai detto senza più le ombre negli occhi e io ti ho detto va bene, ma ora non pensarci e vai a letto, io resto con te finché non ti addormenti.
Ti ho fatto mettere il telefono sul comodino mentre fuori dalla tua finestra albeggiava e sono rimasta a guardarti sprofondare in un sonno agitato fino a quando non ti sei girato su un fianco, avvolto nella coperta appallottolata che ti eri buttato addosso. Sono rimasta anche quando ti sei rimesso a pancia in su e hai iniziato a russare un pochino e sì, ho pensato a quanto era facile spingerti piano per farti girare e smettere mentre ero con te e sì, ho pensato che al posto di tenerti gli occhi addosso dal telefono sperando che la nebbia nei tuoi pensieri si diradi preferirei appoggiare la testa sul tuo petto, allacciare il braccio attraverso il tuo corpo come una cintura di sicurezza, soffiarti via gli incubi e sentire quel cuore pneumatico sfumare fin dentro i miei sogni. Invece ti guardo da lontano mentre ti giri e dormi male, dopo che mi hai detto per mille volte che io non capisco quando, mi dico, in realtà capisco fin troppo bene e per questo sono dall’altra parte del mondo a guardarti dormire da un’ora anche se tu non lo sai più che ci sono. E per questo ti guardo le spalle anche se non parliamo, anche se tu non lo sai più che ci sono. Ma ci sono.

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