Erano giorni morbidi, che iniziavano languidi nel mattino ancora buio per trascinarsi fino a quando era già tardi per il brunch. Aprivo gli occhi in mille sfumature di alba finché il caldo di un gatto appollaiato tra le ginocchia non mi sfilava dal sonno.
C’erano tazze di caffè e pennelli di acquarello sparsi sul pavimento, due PC portatili che si rincorrevano in una stanza e nell’altra, chitarre e trucchi e quel legame così antico che sembrava scomparso, ma invece scoprimmo che era diventato sotterraneo, radicale, vascolare. Da un paio di decenni io e G. vagavamo l’una nella vita dell’altra come onde vagabonde nello stesso oceano. Passavamo mesi, a volte anni lontanissime. Ma incise nella corteccia avevamo le canzoni d’amore che ci scambiavamo, pensando di dedicarle ai nostri amori di ragazzine. Avevamo i trattamenti psichiatrici superati a dita in gola e righe sul piatto. Avevamo le notti, così tante notti, passate a cercare di scappare da quell’incubo che era fin troppo reale per noi. Non ce lo dicevamo e forse neanche ne eravamo più sicure, e invece era tutto ancora lì. Era bastata un’idea per dar luogo a quei giorni soffici, silenziosi e bianchi. Ridevamo tantissimo per le cose piccole, piangevamo poco per le cose minuscole che per noi erano enormi, e intanto le settimane si inanellavano senza che ce ne rendessimo conto. Avevamo quasi tutto e, per una volta, lo sapevamo perfettamente.
Il mondo fuori era freddo e distante, noi nella fortezza rosa lasciavamo che il pomeriggio sfumasse nella sera, leggendo un libro e suonando una canzone a bassa voce. Non durerà per sempre, lo dicevamo senza parole, ma il rinnovo di quella promessa iniziata vent’anni prima aveva cambiato tutto senza cambiare proprio niente. La nostra era stata un’amicizia destinata a durare per sempre a 14 anni, infranta a 18, rabboccata a 23. Ma a 34? I giorni dell’abbandono erano come quando piove con il sole, ma al quinto piano del castello di cui G. mi aveva aperto le porte arrivava solo la luce. Nell’imbocco della notte stavamo spesso ai lati opposti di un muro, ognuna con sé stessa e con la serena promessa che bastava scalciare per trovare conforto nell’altra. Fino al momento di scivolare via da quell’incubo con cui avevamo imparato a giocare, per poi combattere insieme contro le tenebre che sì, sarebbero rimaste per sempre, ma ormai le conoscevamo così bene che, anche se non riuscivamo a dormire, sapevamo di avere vinto la guerra.
Sempre belle ed emozionanti, le tue parole
💙