Viaggi

Mama Bali is Calling You

La realizzazione di un sogno che non sapevo di avere

Non ci volevo neanche andare. Bali è la meta più ovvia per tutti quelli che sono in Australia e devono rinnovare l’assicurazione sanitaria o farsi una vacanza. In 12 mesi l’ho sentita nominare così spesso che mi era passata la poesia.
Però era proprio lì, volo a 100 dollari… E chi sa se tornerò mai da questa parte del mondo?
Passai la prima notte a Kuta Bali, vicino all’aeroporto. Passeggiai tra case con pavimento in terra battuta e palme lussureggianti fino al mare: acqua turchese su cui dondolavano placide tonnellate di plastica.
“Ubud è un casino, troppo traffico, troppi turisti!”. Avevo prenotato tre notti a 5 euro l’una in un ostello e stavo per cancellarle ed andare direttamente altrove. Ma dove?
Pensare era difficile, io confusa: così presi un taxi fino al Puji hostel. I motorini ci sfrecciavano accanto, sgambettando sui marciapiedi e zigzagando tra le auto. Ogni pochi metri iniziai a scorgere i portali decorati di accesso ai templi induisti sparpagliati in tutta l’isola. Avvicinandomi alla città iniziai a notare dei lunghissimi pali di bambù, ricurvi e decorati, che ornavano i lati della strada. E tanto, tantissimo verde ovunque.
Il mio ostello era molto carino. Posai le cose ed uscii subito in esplorazione. Puntai Google verso un negozio di carte sim. Raggiunsi un vicoletto in cui un ragazzo aveva un tavolo di plastica con le sim appoggiate sopra, due sgabelli e una serie di calamite e souvenir attaccati a un pannello sul muro. “300 mila rupie indonesiane per 30 giga” mi propose, ed iniziò a smontare il cellulare per attivarmi l’offerta. “Qui a Bali mi chiamano Dino” disse “Ma a casa, a Jakarta, mi chiamano Aldi”. Dino aveva un monosopracciglio a forma di M, 21 anni e viveva a Bali da tre, pur facendo avanti e indietro da casa spesso. Lavorava dalle 10 alle 22, 7 giorni su 7 per poco più di 250 euro. “Non sei sposata?” mi chiese sorpreso. “Guarda!” esclamò indicando un passante. “è un bell’uomo no? Hey! Amico!” cercò di attirare la sua attenzione. Poi tornò ridendo sul suo sgabello, prendendo il telefono per vedere se la sim aveva iniziato a funzionare. “Non lo vuoi un marito indonesiano?” mi chiese. “Mah… Può darsi…”
Mi fece la stessa domanda Komang, il ragazzo che faceva da guida per il trekking all’alba sul monte Batur. Trottava su per la montagna al buio senza neanche usare la torcia, il tragitto lo faceva 2 o 3 volte al giorno. Giunti in cima guardai il tappeto di nuvole sotto di noi, il lago, il cielo che iniziava a tingersi di lilla e inspirai a fondo sorridendo, mentre Komang preparava la colazione, diceva lui, sfruttando il vapore del vulcano.


Passò un giorno o due, e io stavo vagando ancora una volta per Ubud. Dalle strade intasate di mezzi privati della città bastava prendere una viuzza laterale per trovarsi immersi nei campi di riso, silenziosi e verdissimi, o nella giungla berciante. Sapevo che in quella zona della città c’era un Warung con cibo vegetale a buon mercato. Quando scorsi l’insegna mi addentrai in quello che sembrava un giardino delle fate, illuminato da tante luci gialle. C’era un buffet, ma al bancone nessuno. Feci avanti e indietro, poi andai a destra, finii nel locale accanto. Feci retromarcia: due tavoli erano occupati. Una famiglia francese mangiava di gusto mentre un uomo e una donna che sembravano del posto pulivano pomodori. Li guardai. “Hello” dissi interrompendoli. “È possibile mangiare?”
“Certo” rispose l’uomo “Dovresti! Sembri affamata. Prendi un piatto” disse indicando il lavandino dove diverse stoviglie stavano asciugando. “Sei grande ormai, dovresti sapere come si fa”. E riprese a parlare. Dopo essermi fatta un piatto mi girai di nuovo e chiesi, interrompendo di nuovo: “Come faccio per pagare?”.
“Non devi pagare! È gratis” rispose lui. “Ma come? Perché?”.
“È il tuo giorno fortunato” asserì, e continuò a confabulare in quella lingua a me incomprensibile.
Ero imbarazzata, ma non volevo più interromperlo. Andai a sedermi e mangiai. Finito tutto andai da lui, che nel frattempo era rimasto solo dietro al bancone. Allargai le braccia e strinsi le spalle. “Che c’è ora? Vuoi il tè? Siediti!” disse l’indonesiano indicando la panca, e mise il bollitore sul fuoco. “Perché non vuoi farmi pagare?” chiesi, e mi uscì un sorriso incredulo. Lui mi guardò stralunato: “Ma tu piuttosto perché vuoi pagare? Sei strana!” esclamò. E poi aggiunse: “Devi imparare a ricevere”. Passai la serata a parlare e bere té allo zenzero e chiodi di garofano con Tony, che aveva pronunciato una profezia che mi si ripresentò diverse volte nei giorni successivi…
Una sera capitai al caffé Sayuri per un open mic. I posti erano solo 10, già esauriti da tempo. Vidi artisti bravi e un ambiente rilassato, un posto tutto vegano con un menu interessante. Ci tornai per pranzo dopo pochi giorni. Mentre fissavo il vuoto crogiolandomi nella beatitudine un ragazzo al tavolo accanto mi chiese: “Sei a Bali da un po’?”. “Non proprio” risposi sorridendo. “Solo qualche giorno”. “Più o meno anche io. Sono John” mi disse, era un musicista americano amante dello yoga. Dopo mezz’ora stavamo parlando con altri due ragazzi, uno svedese che doveva andare a fare un ritiro meditativo di 21 giorni in Thailandia ed un tedesco che sarebbe diventato medico in 9 mesi.
Camminando per una delle passeggiate nella giungla di Ubud stavo mandando un messaggio vocale a Claudia. Passai accanto ad un ragazzo locale che, sentendomi parlare, mi disse in italiano: “Buonasera!”. “Buonasera!” risi io interrompendo l’audio. “Come stai?” proseguì lui, sempre in italiano. “Mi chiamo Ana”. Mi spiegò che lavora sulle navi da crociera in Italia come bartender. Era in vacanza ma sarebbe ripartito entro poche settimane. “Ti do un passaggio in scooter” disse indicando il suo mezzo. “Prendi il mio numero. Se hai tempo in questi giorni andiamo a vedere le cascate”.


Poi arrivò la sera del Bali Bohemia. Un open mic a cui mi avevano invitata dopo che avevo chiesto su Facebook se ci fossero eventi sociali o musicali a Ubud. Appena arrivata conobbi Yoga, l’organizzatore della serata che aveva già scritto il mio nome in lista. L’open mic era del mio tipo preferito, quello in cui i musicisti restano intorno al palco e si può suonare tutti insieme. Quando toccò a me, avevo un ottimo chitarrista elettrico ed un batterista che da un’ora non avevo mai visto senza sigaretta in bocca. Feci due pezzi: qualcuno ballava, qualcuno cantava, una ragazza in un angolo suonava l’ukulele seguendo la canzone. Finii, ma non me ne andai.
Dopo un po’ arrivò un ragazzo, Yudo. “Ti presento i miei amici!” disse. Stringevo mani e scambiavo sorrisi con tante persone di cui non coglievo il nome. “Quando finisce qui andiamo in un altro locale, il Lovin. Vieni!” “Può darsi” risposi un po’ stanca. Quando la musica cessò, Yudo mi trascinò nella stradina laterale al locale, gremita di gente. “Lui è X, lei è Y, e questo è…”
Diedi la mano ad un ragazzo a piedi nudi con un cappello di paglia calcato in testa e una giacca di jeans con fiori disegnati sopra. I capelli erano neri e lunghi fino alle spalle, gli occhi nascosti dalla tesa ancora più neri e liquidi, si allargarono insieme al sorriso quando le nostre mani si toccarono. Per un secondo mi sembrò che i suoi lineamenti si aprissero ad un richiamo demoniaco, per poi tornare in asse con la sua bocca che pronunciava un nome e mi guardava con curiosità genuina.
“Ok” dissi poco dopo a Yudo. “Vengo anche io al locale”.
Quando cantai Yudo mi fece un video. Dopo un po’ arrivò anche Cappello di Paglia. Ci scambiammo un paio di sguardi, qualche sorriso, poi lui scomparve ed io tornai in ostello. “Come si chiama quel tuo amico?” chiesi a Yudo mentre uscivamo dal locale. “Si chiama Ilham” rispose. “Il suo nome significa ispirazione”.
Il giorno dopo non fu difficile collegare una faccia quando su Instagram apparve la notifica “Ilham ha chiesto di seguirti”.
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Siamo in un bar chiamato La Luz in cui tu suoni seduto su una sedia posata su un piccolo spiazzo rialzato. Hai il tuo cappello di paglia che ti nasconde gli occhi e appena mi vedi entrare scopri i denti bianchi e dritti in quel tuo sorriso abbagliante che fa scintillare anche le iridi scure e l’aria che ci separa. Dopo pochi minuti cedi il posto a qualcun altro, i tuoi piedi scalzi scendono i gradini del palco. Ti appoggi con le mani sul tavolo a cui sono seduta, le nocche tatuate con lettere e cancellature sulla la mano piena di cicatrici da punto. “Vieni, facciamo una canzone insieme!” mi dici e sei pieno di vita, emani La Luce e ridi e mi inebri. Ci sediamo vicinissimi sul palco e inizi ad arpeggiare una canzone dei Green Day. La canto io, poi la cantiamo insieme, occhi negli occhi, come se ci conoscessimo da secoli, come se quella fosse l’unica maniera che avessimo per afferrare il respiro successivo, lo stesso mio e tuo che esce sotto forma di nota. Passano dieci minuti o forse ore e sono sul tuo scooter dietro di te, mi allaccio ai tuoi fianchi, appoggio la testa sulla tua spalla e tu, dopo un secondo di sorpresa, mi metti la mano sulla gamba e mi stringi forte.

I giorni dopo sono un groviglio confuso di ore in motorino senza casco e senza scarpe, perché “Piove e sennò te le bagni”, tuffi nell’oceano al tramonto, mani sulla pelle, un miliardo di sorrisi da sconosciuti innocenti, garbugli in inglese a metà strada tra Italia ed Indonesia, fantasmi del passato che bussano al tuo petto adombrandoti lo sguardo, e tutta quella musica.
Al tavolo dell’ostello intorno al quale bevi birra e Arak con i tuoi amici la chitarra passa di mano in mano per fare Wonderwall, ma quante volte l’ha suonata ciascuno di noi? Eppure quando è il tuo turno la stessa canzone che abbiamo eseguito in 4 prima di te prende un colore diverso che ricorda un paradiso in cui non c’è errore, solo pace. Ecco il tuo superpotere: tingere la realtà con la tua voce così dissimile da quando parli e farci scivolare sopra la musica che ti esce dalle mani come l’acqua dalla fonte. “Ma lui è innamorato di te” diranno vedendo il video in cui mi suoni I Miss You dei Blink 182 con quello sguardo così limpido e incantato, ma non era per me, era per la musica, per i demoni che, solo così, riuscivi a spingere via. Almeno per un po’.


E adesso? Mi chiedi e non ho risposta quando parto per la prima volta, prima di rintanarti nel tuo guscio per scappare dal dolore. “Devo proteggere il mio cuore” mi spieghi pochi giorni dopo, e stavolta è l’ultima volta per davvero, e mentre mi sciolgo dal nostro abbraccio con lo zaino pesante sulle spalle e mi preparo a seguire l’uomo che mi porterà all’aeroporto ti guardo: indossi il casco (ma perché?) e uno sguardo pregno di dolore e rassegnazione. “You need to pull yourself together” ti ho detto mille volte credendo forse di sapere meglio di te cos’è giusto mentre neanche io ho risolto nulla, ma sono sempre stata più brava ad occuparmi della sofferenza altrui che della mia e tu, che sfortuna, sei capitato nel momento in cui invertivo l’ordine. Sollevi amaramente l’angolo della bocca e dai gas al motorino giusto in tempo per non vedere quella lacrima che racchiude la felicità di averti incontrato e la tristezza di averti perso, perché ti avevo detto “Fatti sentire” e tu avevi detto “Certo”, ma sapevamo entrambi che non l’avresti fatto, “Devi proteggere il tuo cuore”, e sicuramente ho ancora tanto da imparare.

“Mama Bali is calling you”, e dammi un po’ di tempo e poi rispondo, lo giuro.

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